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Glühwein.

Dezember 16, 2009

 

Si sente sempre parlare male dei mercatini di Natale da parte degli indigeni. A me invece quest’anno piace. Ci vado spesso e ci sono stata pure nelle giornate in cui era più frequentato (100.000 visitatori il 7.12.2009). Trovo romantico bere un Glühwein tra gli abeti di Campofranco e sono contenta che la bevanda calda, in questi giorni così stressanti, mi dia un po‘ alla testa (forse il livello di romanticità sale con il tasso alcolico assunto, ma che m’importa?). Anche se qualche volta ho l’impressione che a Bolzano tra un aperitivo e un Glühwein il rischio di diventare alcolizzati effettivamente c’è.

E poi, visto che si parlava del fatto che i posti dove andare qui scarseggiano, poter dire semplicemente, „andiamo a prendere un Glühwein „. E stranamente, in questo caso, non ci sono divergenze culturali e linguistiche (la questione della somiglianza di Giuseppe a Andreas Hofer, l’ho completamente ignorata, era troppo anche per me).

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6 Kommentare leave one →
  1. Dezember 16, 2009 23:44

    Sulla Tageszeitung di oggi c’era un esame organolettico comparativo (alcool, zuccheri, kCal) del Glühwein somministrato nei mercatini della provincia. Recupero e posto, ok?

  2. incredula permalink*
    Dezember 17, 2009 06:52

    Certamente! 🙂

  3. Dezember 17, 2009 11:44

    Qualcuno mi ha risparmiato un sacco di fatica: http://www.sunshine.it/index.php?option=com_content&task=view&id=10528&Itemid=205

  4. incredula permalink*
    Dezember 17, 2009 15:13

    Mir schmeckts trotzdem!

  5. GattoMur permalink
    Dezember 17, 2009 22:24

    A me, solo l’odore fa kotzen. Poi ci ho alle spalle un’esperienza tragica: anni fa, in una casa a Bologna (c’era anche Enzopenzo) organizzammo una festa invernale. Ovviamente Enzopenzo si diede da fare, e acquistò alcuni tetrapack di quei vinacci che oggigiorno per fortuna non riusciremmo più nemmeno a nominare e, in grossi pentoloni, mise su il vin brulé. Io già all’epoca non nutrivo troppa simpatia per la bevanda, allora dissi: bene, voi bevete pure quella schifezza; io mi prendo sta bozza (non doveva essere un gran che, ma meglio del vino in tetrapack forse sì) e me la tengo ben stretta; tutti si tufferanno nel beverone, io sorseggerò il mio vinello. In più, essendomi limitato a una bozza, e confidando nel fatto che la marea di gente che sarebbe venuta alla festa si sarebbe presentata a mani vuote, era anche un buon modo per darsi un limite: berrò solo questa bozza, insomma, non un’oncia di più.
    Poi arrivò un sacco di gente, tra cui una tipa di Bolzano che mi causava rivolgiomenti ormonali. Qualcuno degli assetati, intanto, ebbe la disgraziata idea di bermi il mio vino. E, purtroppo, la tizia che mi piaceva ebbe la maledetta idea di entrare nel cucinino a rimestare la brodaglia. Io sono, cioè ero, un ragazzo timido, e, particolare non trascurabile, ero pure sentimentalmente legato a una ragazza che abitava nella stessa casa e che pure era presente. Ma visto che lei era presa dalla festa, io come un lupo mi avventai sulla preda e, zac, mi fiondai nel minuscolo cucinino, scacciandone con occhiatacce Enzopenzo, di modo che mi lasciasse in santa pace a tessere la mia tela. E allora lì, con la tizia che rimestava il vin brulé, io che cercavo tutte le scuse per giustificare il fatto che stessi lì e la marcassi a vista, ringhiando a chiunque cercasse di entrare nel cucinino (che era mooolto piccolo), e cercando di trovare argomenti di discussione per tenerla inchiodata lì. Lei, ovviamente, amava il gluhwein, anzi, lo rimestava per di più, ne era autrice, in un certo qual senso; e intanto la mia bozza di vino normale era finita, finita! Avevo necessariamente bisogno di un piccolo aiutino per superare la barriera della timidezza, o trovare il coraggio di compiere una sorta di adulterio lì, magari nel cucinino stesso, chissà; e in più, dovevo mostrare di trovare squisito, per dir poco, la brodaglia che lei continuava a rimestare: buono buono, come no, ma sei magnifica come rimestatrice di gluhwein, mai in vita mia bevvi simil ambrosia, straordinaria, come no.
    E insomma, di quella broda ne bevvi a mille palmenti, ovviamente. E ovviamente non ottenni alcun risultato positivo dalla tizia (non si può dire che le squinzie mi caschino ai piedi, così, come pere cotte), anche perché, a un certo punto, non ero più in grado di connettere, figurarsi marcare una squinzia.
    Ricordo che a un certo punto (lontani e un po‘ confusi i tempi del cucinino: che fine aveva fatto la tizia? e quanto tempo era passato lì? e cosa ci eravamo detti tutto il tempo? boh…) sono come morto, ero sul letto ma è come se fossi su un altare mortuario, o su un satellite in orbita a spirale attorno agli anelli di Saturno. E insomma, purtroppo diedi il peggio dei miei succhi gastrici, che molto gentilmente la mia convivente levò di torno, e che, d’allora in poi, causarono una strana macchia a forma di macchia di Rorschach sulle piastrelle del pavimento: acido muriatico, circa, doveva aver prodotto il mio apparato non digerente.
    Ecco, se già all’epoca (saranno stati circa 15 anni fa) odiavo il vin brulé, oggi lo detesto.

  6. incredula permalink*
    Dezember 17, 2009 22:39

    @gatto, grazie per la tua storia. Però siamo onesti, te la sei proprio cercata! Io ho vissuta un’esperienza simile nel studentato dove stavo, rubando dal bar delle festa una bozza di sangria (bleah!). Ho avuto un cosiddetto filmriss e fino ad oggi non so come sono arrivata nel mio letto, ma mi sono svegliata proprio lì il giorno dopo. E tutto girava…

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